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Novembre 2017


Dialogo tra generazioni

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Docenti universitari pinerolesi / 37

Giovanni Balcet, docente di Economia Internazionale

"Non è vero che con la cultura non si mangia. I progetti e le risorse culturali ben gestite sono fonte di reddito e di sviluppo"

 

a cura di Antonio Denanni
Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.11 Novembre 2017

Ci parla di sé e del suo lavoro universitario?
Lavoro al Dipartimento di Economia e Statistica "Cognetti de Martiis" dell’Università di Torino; fino a quando è esistita, ho afferito alla Facoltà di Scienze Politiche. Come ricorderete, le Facoltà in Italia sono state abolite dalla legge Gelmini del dicembre 2010 e tutte le competenze sono passate ai Dipartimenti. E’ stato un impoverimento perché è andato perso l’approccio inter-disciplinare che caratterizzava anche Scienze Politiche: lavoravamo con i colleghi di altre discipline, quali sociologi, giuristi e storici. Sono stato allievo di Franco Momigliano, un personaggio di spicco dell’ambiente intellettuale olivettiano (nonché protagonista della Resistenza). Sono professore ordinario dal 2001, in precedenza sono stato incaricato a Perugia e associato a Brescia, prima di trasferirmi a Torino.
Insegno Economia Internazionale in alcuni corsi di laurea triennale, e animo un Laboratorio che approfondisce temi e problemi del commercio e degli investimenti internazionali. Ho in classe un’ottantina di studenti. Insegno anche in un corso in inglese sulle imprese multinazionali e l’economia globale: in questo caso la classe è internazionale, con studenti Erasmus da diversi paesi europei e parecchi cinesi.
Faccio ricerca su questi temi, e mi occupo tra l’altro di imprese multinazionali emergenti, basate in Cina e India. Ho viaggiato molto, e lavoro con colleghi francesi, inglesi e cinesi. Sono stato direttore di ricerca associato alla Maison des Sciences de l’Homme, a Parigi, e sono attualmente vice direttore di un centro di ricerca torinese (OEET) che si occupa di economie emergenti.
Purtroppo l’università italiana si è enormemente burocratizzata negli ultimi anni, la gestione dei corsi di laurea si è appesantita, e passiamo moltissimo tempo a compilare moduli e registri online, in gran parte ripetitivi e inutili.

La sua disciplina studia l’economia internazionale. Qual è la situazione attuale dell’economia mondiale?
La globalizzazione è in crisi. Dopo decenni di forte integrazione dell’economia mondiale, trainata dalle nuove tecnologie e dalle politiche di liberalizzazione, il pendolo oscilla di nuovo verso i nazionalismi. La globalizzazione ha permesso la crescita straordinaria dei paesi emergenti, in primis la Cina, ma ha favorito le diseguaglianze interne e i redditi da capitale rispetto ai redditi da lavoro. La reazione contro questi squilibri prende la forma di vecchi nazionalismi e nuovi populismi di destra. Gli accordi e le istituzioni multilaterali che governano il commercio mondiale, come il WTO, sono in crisi da molto tempo, sostituite da grandi accordi regionali, come il NAFTA in Nord America. Oggi l’amministrazione Trump rimette in discussione questi accordi e punta al bilateralismo, in cui può far valere i rapporti di forza a favore degli Stati Uniti: ha nel mirino i paesi con cui si registrano i maggiori deficit commerciali: la Cina ma anche la Germania e il Messico. Se la globalizzazione neo liberale si trasforma in neo mercantilismo, come pare, questa non è una buona notizia. Può portare a conflitti e guerre, non solo commerciali.

Com’è messa l’economia italiana nel mare dell’economia mondiale?
L’economia italiana non si porta bene, come tutti sappiamo. La crisi congiunturale iniziata nel 2008 e la crisi dell’eurozona si sono sovrapposte a un declino di lungo termine, produttivo, industriale e tecnologico, aggravato dal peso del debito pubblico. La disoccupazione è troppo alta e la crescita troppo bassa. La flessibilità del lavoro non risolve questi problemi. Prolungare l’età lavorativa fin verso i settant’anni e lasciare molti trentenni disoccupati è evidentemente insensato. Tuttavia alcuni settori presentano buone performance, come diversi distretti industriali in cui si creano sinergie sistemiche tra le piccole e medie imprese concentrate in un territorio limitato.
E’ a mio avviso inquietante la prospettiva di un’uscita dell’Italia dall’euro, proposta da alcune forze politiche. Sarebbe una scorciatoia pericolosa, con effetti devastanti sui redditi fissi (salari e pensioni), il cui potere d’acquisto sarebbe falciato dall’inflazione importata.

L’introduzione dei robot nei processi di produzione quanto inciderà sul mercato del lavoro?
L’automazione non è una novità, come pure la terziarizzazione dell’economia. Non è l’innovazione a causare la disoccupazione, ma la crescita troppo bassa. In alcune regioni tedesche (come la Baviera) il mercato del lavoro è quasi in piena occupazione, nonostante robot e automazione. Un sistema scolastico e di formazione professionale più adeguato aiuterebbe.

La globalizzazione delle merci sembra che porti anche alla globalizzazione dello spostamento delle persone con l’attuale fenomeno delle migrazioni. Questo a suo parere è un processo temporaneo o irreversibile?
Teniamo presente che in termini relativi, durante la "prima globalizzazione" (1870-1914) i movimenti migratori erano più intensi di quelli attuali, in particolare verso le Americhe. Alcuni dei flussi attuali sono causati da guerre e catastrofi, altri sono strutturali: fra questi ultimi, mi sembra che si sottovaluti la demografia dell’Africa sub-sahariana. In tutto il mondo è in atto una transizione demografica, con riduzione delle curve di natalità: dall’India all’America Latina al Nord Africa. La grande eccezione è l’Africa a sud del Sahara, in paesi come la Nigeria la crescita demografica è fuori controllo. La scolarizzazione delle bambine e politiche di controllo delle nascite aiuterebbero. Naturalmente, sono decisive le politiche di sviluppo e di cooperazione internazionale nei paesi più poveri.

Veniamo a Pinerolo, sua città natale. Che cosa ricorda della nostra città? Ci viene con una certa frequenza?
Vivo a Pino Torinese e lavoro a Torino. A Pinerolo vivono due delle mie sorelle e molti parenti e amici. Qui ho frequentato la scuola dell’obbligo e il Liceo Classico "Porporato": fra i molti, ricordo con affetto Marcella Gay, la mia insegnante di italiano, e Giacomo Marino, di filosofia, che a suo tempo era anche stato l’insegnante di Umberto Eco, che ne custodiva il ricordo. Mi sento molto legato a Pragelato, la terra d’origine della mia famiglia. Mio nonno è nato a Villardamond: quando il mansía (capo villaggio) ci convoca per una corvée, faccio il possibile per esserci.

A Pinerolo ogni tanto si parla di progetto culturale per rilanciare la città (una caserma da ristrutturare o un edificio storico da valorizzare). Può reggere un’economia incentrata sulla cultura?
Non è vero che "con la cultura non si mangia", come ebbe a dire qualche anno fa un ministro delle finanze italiano. Fu una battuta infelice. I progetti e le risorse culturali ben gestite sono fonte di reddito e di sviluppo. Si veda il caso della Francia. Ma anche l’esperienza di Torino, dalle Olimpiadi in poi: fino a quando nel 2016 non si è rinunciato alla grande mostra su Edouard Manet. Una follia. Quella su Claude Monet aveva avuto 313.000 spettatori, un successo straordinario.

Pinerolo, come altre realtà, è una città in crisi. Una proposta da economista per il suo rilancio?
Cultura e formazione, appunto, insieme a politiche locali per l’innovazione e le imprese giovani, le energie rinnovabili, le infrastrutture, l’agricoltura bio e il turismo.

In Pinerolo e nel Pinerolese, tra nativi e residenti, ci sono più di 40 docenti universitari. Che contributi potrebbero dare per questa città?
Idee e conoscenze.

Concludiamo coi giovani. Siamo nella cosiddetta "era dell’accelerazione". Quanto è importante per un giovane la formazione permanente?
E’ molto importante. La conoscenza è una dimensione fondamentale per inserirsi in un mondo del lavoro divenuto più difficile e esigente. Ricordiamo che lo studio è indispensabile anche per la crescita personale, per alimentare la propria creatività, in qualsiasi momento della vita. Consiglierei inoltre di non trascurare le lingue, con impegno: oltre all’inglese in particolare il francese, il tedesco, e – perché no? - il cinese.