Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



 

Pinerolo Indialogo

Novembre 2017

Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 

 Vivere Pinerolo

Una rivisitazione giovane della città / 6

Il centro studi di Pinerolo


«Un complesso di scuole che raduna ogni giorno più di 5000 studenti da tutto il pinerolese»


di Remo Gilli

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.11 Novembre 2017

Liceo Scientifico Marie Curie, IIS Alberti – Porro, Liceo Artistico, Istituto Tecnico Michele Buniva e Alberghiero IPSAR Prever. Il centro studi di Pinerolo è questo, più le scuole primarie seminascoste verso la ferrovia che separa questa zona della città dal quartiere residenziale a ridosso della collina. Un centro che raduna più di 5000 studenti da tutto il pinerolese ogni giorno, nonché la parte di Pinerolo alla quale molti giovani si approcciano per la prima volta con l’inizio del liceo, me compreso.

Il grande parcheggio antistante lo scientifico è gremito, come ogni mattino. Il via vai di auto inizia, in questo periodo, alle otto per concludersi alle otto e mezza, una mezz’ora di fuoco in cui il caos regna sovrano nella zona tra macchine strombazzanti, bus gremiti e i giovani pinerolesi che raggiungono la propria scuola a piedi. Una marea infinita di studenti assonnati e leggermente infreddoliti per via dell’aria del mattino destinata a concludersi ciclicamente con il suono delle campanelle che si possono sentire persino dalla strada.

Questo è il centro studi a ottobre, l’esatto opposto di cosa è dato vedere in estate, almeno fino alla prima metà di settembre. Con la fine delle lezioni, infatti, il quartiere si svuota. O meglio, torna alla normalità, quella dei residenti che portano il cane a passeggio la sera, dei lavoratori che rincasano a fine giornata, delle strade di periferia che raramente vedono il fenomeno del traffico. Insomma, un non-luogo estivo che prende forma e cambia e vive col ritorno, ciclico, degli studenti. Immagino che chi abita qui ci sia abituato. Forse, ma non ne sono così sicuro, deve essere bello vedere tutto questo movimento la mattina. Un movimento convulso e confuso, frotte di giovani che intasano i marciapiedi e le strade davanti alle scuole. A me piacerebbe, ecco.

Quando il tran-tran si placa con l’inizio delle lezioni, la strada torna a essere vuota come d’estate, ma nell’aria si sente una differenza netta: è un silenzio rumoroso, come se si sentissero gli studenti e i professori dalle classi, i libri sfogliati, le penne che scrivono. Si sente la vita negli edifici, tutta quella vita giovane e affascinante perché ci siamo passati tutti. È strano: quando ero lì dentro, guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo come doveva essere passeggiare un mercoledì mattina qualsiasi di ottobre o novembre o marzo o aprile, senza l’idea di non essere dove si dovrebbe essere, senza il timore di venire sgamati, come dicevamo allora. Oggi guardo la stessa finestra e chissà cosa darei per ascoltare una lezione di filosofia ancora una volta. Credo sia l’ironia del tempo che passa: un giorno rimpiangerò i tempi in cui andavo in giro per Pinerolo scrivendo articoletti su luoghi che, per me, a tratti sono indecifrabili, a volte tristi, altre bellissimi.

Nel parcheggio non c’è più un buco, tutto attorno al monumento dedicato alle vittime della strada le macchine riposano i motori, mentre gli ultimi ritardatari cercano uno spazio per parcheggiare. Anche i bar degli studenti sono vuoti, ormai, riempiti soltanto dai soliti ragazzi che bigiano.

Se si continua la strada delle scuole, ovvero via dei Rochis, e si passa sotto il cavalcavia che sovrasta la ferrovia (c’è un murales bellissimo, lì sotto, fatto dal liceo artistico), si arriva ai centri sportivi. A sinistra si trova la stazione di Pinerolo Olimpica, una stazione finta e un po’ insulsa (scusatemi, pinerolesi, ma questo va detto), mentre proprio davanti al cavalcavia si trova il Palazzo del Ghiaccio in cui si sono svolte alcune discipline delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006. A fianco, separato soltanto da un viale alberato in cui le scuole spesso portano gli allievi durante le lezioni di educazione fisica, si trova il complesso polisportivo F.lli Martin, con il campo da calcio circondato dalla pista di atletica e, poco più in là, l’Alberghiero Prever.

Qui ci venivo anch’io da ragazzo, quando frequentavo lo scientifico, per allenarmi. Oggi vedo i soliti studenti correre stanchi i lunghi giri di riscaldamento, alcuni sono goffi come solo gli studenti alle prese con lo sport possono essere. Li guardo per un po’, cercando di capire quanti anni abbiano, da quali scuole arrivino. Penso siano proprio dell’alberghiero, ma non ne sono sicuro, del secondo o del terzo anno.

Percorro il viale alberato che da lì mi porta al Parco Olimpico, un posto di Pinerolo che è difficile da spiegare a chi non l’ha mai visto. È brutto o è bello? Ha senso di essere? La cittadinanza lo apprezza? Non so rispondere, di certo è tenuto male, però. Semi-spoglio e quasi abbandonato, questo posto ricorda i fasti del 2006 e anche la decadenza successiva (Torino è piena di esempi del genere, basti pensare all’ex MOI del quartiere Lingotto). Mi siedo in una delle "palle" di acciaio sparse qua e là nel parco, quella vicino alla costruzione cubica in cui da ragazzo andavo a fumarmi le canne con gli amici. Pensavo di trovarci degli studenti, e invece niente. Forse è troppo presto, o forse adesso le canne se le fanno da qualche altra parte. Di certo se le fanno.

Mi guardo attorno. L’edificio è un monumento all’abbandono, imbrattato in tutti i modi. Non che sia un male, il fatto che sia imbrattato. Diversamente sarebbe un cubo grigio nel verde del parco. Chiaro, però, che non è un bel vedere. Vedo la struttura che ospita la piscina comunale, con il monte Uliveto sullo sfondo, San Maurizio in lontananza e, ancora più in là, le montagne e il Monviso che veglia sulla valle. Il parco non è granché, ma in fondo è godibile: come molti posti di Pinerolo, anche qui la vista è impressionante, bellissima.

Mentre ammiro tutto questo, vedo arrivare da lontano gli studenti di prima, assieme al docente. Sento la parola campestre e subito ho un brivido: ai tempi del liceo la campestre era il mio più grande incubo, peggio di una verifica di matematica. Obbligatoria, non ci si poteva astenere. Si correva attorno al parco per minuti che sembravano ore, e si finiva stremati. Li guardo e, a giudicare dalle loro facce, pare che la cosa non sia cambiata. La campestre continua a non piacere, al contrario delle canne che piacciono sempre. In effetti, credo che una escluda l’altra, almeno per quanto riguarda il fiato.

Mi allungo sulla panchina e li osservo correre attorno a me, mentre riposo le gambe per nulla stanche. Quando ero al posto loro, invidiavo tantissimo quelli che stavano al parco a guardarmi. La ruota gira, ora tocca a me. È strano, però, vedere come nulla – o quasi – sia cambiato. Il parco sembra uguale a come l’avevo lasciato, e vale lo stesso per tutto il resto che ho visto. Tutto è rimasto come nei miei ricordi, anche se a ben guardare molti dettagli sono cambiati. Forse, però, certe cose non saranno mai come le vediamo, ma soltanto come le ricordiamo. Campestre compresa, che mi fa fatica persino guardarla. Mi alzo e, stanco all’idea di correre, torno alla macchina. Per oggi, ho fatto indigestione di ricordi.