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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2018

Dialogo tra generazioni

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 Vivere Pinerolo

Una rivisitazione giovane della città / 8

"La Cavallerizza, un monumento silenzioso lasciato in memoria di un periodo, di una società, che oggi non esistono più"


di Remo Gilli

Pinerolo Indialogo - Anno  - N.1-2 Gennaio-Febbraio 2018

 

I posti di Pinerolo che ero solito frequentare e vivere quando trascorrevo il mio tempo qui iniziano a scarseggiare, per non dire che sono finiti. Pinerolo non è enorme, nonostante ciò mi sono reso conto che sono tanti i luoghi di cui so poco o nulla, e ancora di più sono quelli di cui non conosco nemmeno l’esistenza. Così, per continuare il mio lavoro di osservazione senza essere (troppo) ridondante, ho chiesto qualche dritta ad Antonio, il direttore di Pinerolo In Dialogo. Mi ha consigliato di prendere in considerazione la Pinerolo storica - quella della cavallerizza Caprilli e della scuola di cavalleria, per intenderci – e io ho accettato di buon grado.

Non sto nemmeno a dire che, di questi posti, della loro storia e della loro destinazione odierna, non so assolutamente niente. Ho quindi dovuto leggere alcuni documenti prima di poter scrivere qualcosa che valesse la pena di essere letta. Sono arrivato alla stazione di Pinerolo alle tre del pomeriggio con i miei appunti e il registratore, pronto a mettermi sulle tracce della Pinerolo Ottocentesca, o almeno di una parte di essa.

Proprio la stazione ferroviaria della città è il primo posto da cui decido di partire. Non lo sapevo, ma la linea Torino – Pinerolo risale addirittura al 1854, precisamente al 27 luglio. Una linea relativamente antica, quindi, che ha visto il Regno dei Savoia e il Regno d’Italia prima e la Repubblica poi, fino ad arrivare a noi. Su questa linea viaggiano i pendolari che da Pinerolo si dirigono a Torino per lavorare o studiare e, in senso opposto, gli studenti che arrivano dai vari paesi di mezzo per frequentare le lezioni degli istituti della città.

La stazione di Pinerolo non è mai stata il massimo, va detto. Penso abbia avuto il suo momento di gloria ai tempi delle Olimpiadi Invernali del 2006, quando le varie infrastrutture erano state rinnovate per ospitare i Giochi. Di lì in avanti, però, la decadenza ha preso sempre più piede, fino ad arrivare alla situazione odierna: la stazione di Pinerolo è un mix di viaggiatori in attesa, qualche sbandato noto ai più - in cerca di qualche moneta o di una sigaretta - e anziani e meno anziani che passano il tempo seduti ai tavolini del bar.

Entro nella tabaccheria per comprare le sigarette prima di avventurarmi verso la Cavallerizza, e lì noto un cartello che mi fa sorridere, che recita più o meno così: "Mentre si comprano le sigarette si è pregati di non parlare al cellulare", che equivale più o meno a un "Siate educati, o parlate al telefono o parlate con noi". Mi sembra il minimo, in effetti, e mi chiedo cosa possa essere successo per arrivare a mettere un cartello così. Non approfondisco la questione, compro le sigarette (senza parlare al telefono) ed esco salutando e augurando buon anno.

Non so molte cose di Pinerolo, nonostante ci abbia passato diversi anni, e prima di informarmi ne sapevo ancora meno sulla Cavallerizza e sulla scuola di Cavalleria Caprilli. Ero convinto fossero più o meno la stessa cosa, e invece non è così. La Cavallerizza è quel luogo dove, fisicamente, fino a non troppo tempo fa, venivano tenuti i cavalli e dove si facevano le esercitazioni. Un grande spazio chiuso in terra battuta, che si trova dietro alla biblioteca Alliaudi. La scuola, invece, al tempo corrispondeva alla struttura del Museo Storico dell’Arma di Cavalleria, ovvero la Caserma "Generale Fenulli" che si affaccia su corso Torino prima dei portici. All’epoca Caserma "Principe Amedeo", fu eretta per volere e a spese della città di Pinerolo a partire dal 1845, prima che la scuola si trasferisse lì da Venaria quattro anni dopo. È a questa scuola che la città deve i "fasti dei cavalli e dei cavalieri" che l’hanno caratterizzata per quasi un secolo, per cui ancora oggi viene ricordata (insieme al metodo di cavalcata, detta "naturale", sperimentato nel 1902 da Federico Caprilli, capitano livornese di stanza a Pinerolo).

La Cavalleria di Pinerolo è stata molto importante per il Regno d’Italia, un vero vanto dell’esercito italiano che aveva prestigio internazionale. Addirittura, da quanto posso ricordare dalle letture fatte ai tempi del liceo, l’ultima carica militare che si ricordi nella storia fu proprio della compagnia di Pinerolo durante la nefasta campagna di Russia del 1942-43. Da allora, la cavalleria è stata messa da parte in favore di corpi militari più moderni, assurgendo a corpo dimostrativo più che operativo, in tutto il mondo occidentale. Nonostante ciò, però, ancora oggi a Pinerolo si ricorda la cavalleria.

Adesso, passeggiando attorno alla Cavallerizza non si sentono né si vedono cavalli o cavalieri. Soltanto qualche militare di guardia, macchine parcheggiate (intervallate dai passi carrabili e alberi) e due signore che passeggiano poco più avanti, strette l’una all’altra per il freddo. Il mondo è cambiato e questo, ormai, non è che un monumento silenzioso lasciato in memoria di un periodo, di un modo di intendere la guerra e, più in generale, la società, che oggi non esistono più.

Fa freddo e né viale della Rimembranza né le vie attorno sembrano essere particolarmente interessanti, essendo semideserte. Decido che andrò a riordinare qualche appunto nella biblioteca poco distante, approfittando del caldo tepore della sala (che poi così calda non è, ma lo sbalzo termico entrando dall’esterno dà sempre un certo sollievo). Supero la reception, giro l’angolo e ci sono.

Piena. Non un posto. Mi sono dimenticato della sessione esami imminente e che questo è il refugium peccatorum di buona parte dello studentato pinerolese. Riconosco anche qualche amico e conoscente, più o meno intenti a studiare o a osservare le pareti piene di libri della sala, o la vetrata sul soffitto. Faccio per salutarne uno con un cenno, ma non mi vede: sta ripetendo e non lo voglio distrarre. Lascio perdere, prenderò un caffè da qualche parte mentre torno alla macchina. Non saprei dire se il breve giro che mi sono concesso corrisponda o meno a una zona precisa di Pinerolo. Di sicuro cent’anni fa doveva essere molto più trafficata e importante. Oggi la definirei forse un po’ anonima, come se tutta questa storia non la si volesse celebrare ma, piuttosto, conservare al sicuro da occhi indiscreti. Classico riserbo piemontese, dico io, che si riflette anche in questo genere di cose.

Esco e svolto a sinistra, passando davanti al solitario monumento ai caduti di via Cesare Battisti. Continua a fare freddo, e a quest’ora non c’è nessuno seduto sulle panchine. Non più, almeno.