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Pinerolo Indialogo Aprile 2017

Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 


Musica emergente

Jazzatron


di Isidoro Concas

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.4 - Aprile 2017

 

Jazzatron, ovvero Alessandro Raise e Fabio Del Galdo, è il nome di un attivissimo progetto drum n’ bass nato nel 2005 e tuttora in espansione. A partire dal loro primo EP, Our First Work, del 2009, hanno pubblicato una media di tre EP all’anno.

Ragazzi, la vostra produzione è tanto alta a livello qualitativo quanto intensa a livello quantitativo. Avete fatto uscire lavori sotto diverse etichette come Skutta, Alchemic Breaks, Celsius, Modulate, Liquid Drops e Fokuz. Come ci si muove nel mercato discografico odierno, soprattutto visto l’avvento di piattaforme online come Beatport?
   La premessa è che la drum n’ bass è un mondo piuttosto variegato, anche se a prima vista può sembrare il contrario: esistono molti sottogeneri che concorrono alla complessità del fenomeno. Le prime pubblicazioni jungle, che è un po’ l’antesignana del genere, risalgono ai primi anni 90. Si parla del secolo scorso, 25 anni di sonorità che ovviamente, non potendo ripetersi di anno in anno, hanno generato moltissimi linguaggi che si sono evoluti ognuno per sé, contaminandosi e trovando nuovi suoni. Il primo passo è quindi capire in che direzione si vuole andare. Ad oggi, i linguaggi più diffusi sono la neurofunk, la liquid, l’halftime e la footwork. Una volta capito il genere che si sta proponendo, il passo successivo è cercare le etichette che si occupano del tuo ambito. Dopo aver sondato il territorio, ci si propone direttamente tramite Soundcloud, la citata Beatport od un’altra piattaforma online. Può sembrare strano, ma funziona così: se il tuo progetto è interessante, ti ricontattano. Condizioni fondamentali sono avere già dei pezzi pronti da proporre e sapere l’inglese. Quel che proponi deve essere già mixato e masterizzato: un buon produttore sa occuparsi di tutte le fasi, dalla composizione al mastering, anche se ogni etichetta poi tende a ri-masterizzare le proprie uscite per imprimergli la loro sonorità specifica. È questa la parte fondamentale: avere un processo di produzione autonomo e maturo, che permetta di inscrivere i tuoi suoni in un determinato genere, ed in questo spiccare. A meno che tu non sia un genio che sia in grado di sovvertire ogni regola ed ugualmente suonare efficace, almeno per cominciare conviene rimanere sui binari di un genere. Ora il digitale è una linea di demarcazione: crescendo di release in release, partendo dal digitale, può darsi che un’etichetta ti proponga di uscire in vinile. Questa è un po’ il passaggio da newcomer ad artista già rodato.

Voi siete tra i cofondatori del collettivo Jungle Pride, attivissimo in Torino, col quale organizzate spesso eventi e live set. Com’è nata quest’esperienza?
Inizialmente i primi passi li abbiamo mossi su un forum che si chiamava Drumn’Bass.it, chiuso nell’anno in cui è arrivato Facebook in Italia: lì, anni fa, ci si incontrava per parlare di drum n’ bass, scambiarsi consigli, scornarsi su certi argomenti, fare rete. Ci bazzicavano, all’epoca, tutti quelli che ora sono i nomi di rilievo della scena nazionale, e centinaia di appassionati. Abbiamo conosciuto persone con cui avremmo collaborato negli anni seguenti, e ci siamo trovati anche noi. Inizialmente abbiamo collaborato in un programma su Radio Beckwith chiamato Deep Bass Nine, e man mano si è pensato di organizzare una serata al Gabrio, a Torino. Così è cominciato: la serata è andata bene, il clima era buono, e c’era molta voglia di dnb per Torino: in un anno, le nostre serate hanno cominciato a diventare parecchio grosse. Abbiamo cominciato ad ospitare artisti internazionali, e a spostarci di locale in locale, tra Bunker, 33G, Askatasuna, Da Giau e la Cavallerizza, in cui negli ultimi anni abbiamo creato il format Juvarra’s Jungle Yard, ora sospeso.

Il vostro approccio ad un linguaggio come quello della drum n’ bass è molto ampio, nei vostri pezzi si mescolano atmosfere Liquid e passaggi Break, estetica Jazz e attitudine Garage, richiami Deep e Nu Funk. Quando un pezzo nasce, come fate confluire tutte queste influenze?
Diciamo che le influenze non le facciamo confluire: le influenze già ci sono, perché nel corso degli anni abbiamo avuto modo entrambi di fare le nostre esperienze musicali, elettroniche e non. Tutti i linguaggi da cui siamo arrivati emergono naturalmente quando componiamo. La direzione che prende un brano, dalla partenza, è sempre imprevedibile: partiamo da un beat, chè alla fine è la parte più importante, e a seconda di quel che ci suggerisce lo sviluppiamo. 

Inizialmente il progetto è partito come un live per quartetto, con batteria acustica, voce, scratches e programmazione. Cosa avete imparato da questo primo approccio? Come è avvenuto il passaggio alla vostra formazione attuale?
L’idea di partenza è nata perché Ale, da batterista, è sempre stato affascinato dai pattern tipici della drum n’ bass, e ha voluto sperimentare questa possibilità in live. Dall’altro lato, non avevamo ancora materiale a sufficienza per reggere un set solo con le nostre produzioni. Questo ci ha permesso di fare molto di più di quello che avremmo potuto fare, agli inizi, se ci fossimo proposti già di partenza come coppia di producer. In più collaboravamo con questa cantante, Nadia, che era anche autrice, ed il suo compagno, un turntablist che arrivava dalla scena hip-hop. Abbiamo fatto molti concerti con questa formazione, anche se spesso i luoghi dove proporre concerti e quelli dedicati alla musica elettronica non coincidono: ci siamo ritrovati più volte, quindi, a suonare su impianti non adatti per la musica in live. Più abbiamo approfondito il nostro legame con la dnb, più diventava difficile proporre questo spettacolo in giro, e così pian piano ci siamo spostati al dj set, ed ora stiamo proponendo un ibrido tra dj set e live set in cui proponiamo solo materiale nostro.

Per chiudere: la vostra iper-attività ha dato già vita a molto. Ci sono nuovi progetti in cantiere?
Il progetto più recente è quello di Abformal Recordings, la nostra label digitale per la quale abbiamo deciso di non pubblicare nulla di dnb, ma tenerci a delle sonorità elettroniche in senso un po’ più ampio, che non sia solo da ballo ma anche da ascolto. Sono due anni che portiamo avanti questo progetto, abbiamo già pubblicato 16 release, tra nostre produzioni ad hoc ed altri progetti ospitati. Proseguiamo in questo senso, oltre al nostro lavoro di produzione come Jazzatron, e c’è l’intenzione di portare in live le proposte dell’etichetta.