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Pinerolo Indialogo

Aprile 2017

Dialogo tra generazioni

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 Vivere Pinerolo

Una rivisitazione giovane della città / 2

San Maurizio, il testimone silenzioso della storia di Pinerolo
«Il punto panoramico più amato dai pinerolesi, che svetta sugli edifici della città»


di Remo Gilli

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.4 Aprile 2017

Se per le strade di Pinerolo chiedete alla gente quale sia il simbolo della città, tutti vi daranno la stessa risposta. Questo perché ogni città ha un simbolo, un luogo che tutti conoscono e che identifica lo spirito del posto. Pinerolo non fa eccezione: se Torino ha la Mole Antonelliana, Roma il Colosseo e Parigi la Tour Eiffel, il suo simbolo è San Maurizio, il punto panoramico più amato dai pinerolesi, che svetta su tutti gli altri edifici della città.

Per arrivarci, decido di parcheggiare la macchina in piazza Vittorio Veneto – meglio conosciuta con il nome di piazza Fontana - e di salire a piedi la strada che parte dal centro storico. Via Silvio Pellico, via San Giuseppe, via Convento di San Francesco fino in via Principi d’Acaja. Un giro che di solito non faccio, perché se devo andare a San Maurizio generalmente prendo la macchina e parcheggio nella corte davanti alla Basilica.

È una giornata di sole, oggi, e non sono l’unico a passeggiare per le vie del centro. Salendo, incontro gli sportivi in bici o a piedi, gli anziani che approfittano dei primi caldi per sgranchirsi le gambe, magari in compagnia, e qualche liceale – guardingo, per non farsi "sgamare" - che marina la scuola. Tipico, l’ho fatto anch’io.

Arrivato in cima alla salita, la prima cosa che trovo ad aspettarmi è il parcheggio antistante la chiesa. È vuoto, diversamente da quanto mi aspettassi. Al posto delle macchine, trovo due signori intenti a leggere il giornale su una panchina. Avranno cinquant’anni o poco più, stanno in silenzio e leggono. Più avanti trovo due giovani seduti scomposti, con la sigaretta in mano e gli occhiali da sole. Parlano della ragazza – o forse della ex ragazza – di uno dei due. Uno consola l’altro, tra una pacca sulla spalla e l’altra. È il posto adatto, penso, per questo genere di cose. Un luogo appartato anche se pubblico, nascosto anche se ben in vista, che dà modo di prendersi il proprio tempo, di parlare liberamente o stare liberamente in silenzio.

Li supero senza che nemmeno si accorgano di me e raggiungo il piazzale dietro alla chiesa. Due uomini e una donna occupano l’angolo destro della piazza, sono i soli presenti. Io raggiungo l’angolo sinistro, appoggio la borsa per terra e mi accendo una sigaretta mentre guardo il panorama. I tre ridono e scherzano, parlano del loro lavoro che credo abbia a che fare col cinema o, più in generale, con la recitazione. Scattano foto al panorama, alla chiesa, a sé stessi. Mi chiedono di fotografarli, e così faccio. Poi se ne vanno e mi lasciano da solo con la Basilica da una parte e, dall’altra, Pinerolo.

La basilica di San Maurizio è un monumento antico, di cui si hanno le prime testimonianze già nell’XI secolo. Il campanile, in stile gotico, risale al XIV secolo mentre la forma a cui noi siamo abituati è stata assunta nel Cinquecento. Insomma, questo monumento è vecchio quasi quanto la città. Nei secoli l’ha vista cambiare, assumere nuove geometrie, espandersi, includervi un santuario. Un testimone silenzioso della storia di Pinerolo che nei secoli ha offerto la vista della città a chiunque volesse goderne. Se, da qui, il panorama è bellissimo, viene da chiedersi come apparirà quando anche il campanile della Basilica sarà accessibile al pubblico. È in atto un progetto di restauro patrocinato dalla Compagnia di San Paolo che lo metterà in sicurezza, spostando qualche metro più in alto il punto di vista di chi guarda.

Guardando il panorama da sinistra verso destra, vedo i punti cardine della città. Per prima, osservo la collina pinerolese che fa la guardia a Pinerolo. Da Santa Brigida fino a Monte Uliveto, colpisce il verde acceso punteggiato dai colori tipici della primavera. Si riconoscono le vigne, i prati vergini e, poco più in là, gli ulivi. Una grande teoria di colori che rendono la collina quasi luminosa, nonostante non sia ancora illuminata direttamente dal sole.

Guardando più giù, riconosco le strade da cui sono salito, la piazza in cui ho parcheggiato, il Comune, il liceo Porporato, i portici, il Duomo. Ogni punto mi ricorda un aneddoto: quel posto in cui passavo le sere d’estate coi miei amici, quella piazza in cui ho litigato con la mia ex, la scuola dove sono cresciuto, o almeno dove hanno cercato di farmi crescere. Il silenzio di San Maurizio fa da colonna sonora al mio momento del ricordo, amplificandone gli effetti. Mi ritrovo a passare diversi minuti in compagnia di me stesso e della città. Ne sono fuori, ma da qui è come starci dentro: tutto sembra a portata di mano, tutto è così vicino da farmi sentire lì.

Non sono più da solo; sono arrivate a farmi compagnia due signore in assetto da corsa. Le sento parlare col fiatone mentre commentano il panorama ad alta voce. Con le dovute proporzioni, notano le stesse cose che noto io. C’è chi dice che la bellezza sia soggettiva, ma personalmente credo che la bellezza sia quella cosa che mette tutti d’accordo. Questo è il caso del panorama che si scorge da qui. Piace a tutti, c’è poco da fare.

Sullo sfondo, oltre la città, la pianura che, poco più in là, diventa padana. È un verde diverso da quello delle colline: squadrato, ordinato, contadino. Verde, e poi giallo, a perdita d’occhio. A destra scorgo la Rocca di Cavour, un’isola nera nel mare di nebbia che si forma d’autunno, e nella campagna che posso osservare ora che è primavera. Dietro, a fare da cornice a questo capolavoro, le Alpi bianche e fredde. Il Monviso, pacioso, osserva ciò che osservo io, e forse osserva anche me, indifferente a quanto tutto sia cambiato. Le montagne hanno altri tempi, ben diversi da quelli degli uomini e degli edifici creati dagli uomini. Perciò ci sembrano così immobili, così maestose. Perché non cambiano, almeno ai nostri occhi, mentre tutto il resto sì.

Questi pensieri affollano la mia testa mentre le due signore ripartono per la loro corsa mattutina. Sono di nuovo solo, in compagnia della mia sigaretta della solitudine. Do le spalle a Pinerolo e osservo la Basilica. È oggettivamente bella: non troppo grande, ma nemmeno esageratamente piccola. Mentre la facciata della chiesa è fatta di mattoni a vista, la parte che dà sulla città (il santuario) è bianca, candida.

Quando portai i miei coinquilini qui, rimasero senza parole. Siete fortunati, mi dicevano, ad avere questo panorama sempre a disposizione, così vicino alla città e così raggiungibile. Bisognerebbe venirci ogni giorno, a tutte le ore, per osservare i diversi colori riflessi dai tetti e dalle finestre, i diversi momenti della città e le persone che vengono qui.

Hanno ragione. Spesso si commette l’errore di abituarsi al bello. È un peccato che non dobbiamo, né possiamo, permetterci. Il bello, questo tipo di bello, è ciò che ci fa sentire vivi. Semplicemente, quando davanti a un panorama come questo si finisce per essere indifferenti, significa che stiamo iniziando un po’ a morire. Anche fosse la millesima volta che saliamo a San Maurizio.

Raccolgo le mie cose e ritorno in centro. Tempo dieci minuti e sono alla macchina. Alzo lo sguardo: San Maurizio mi saluta da lassù. No, non mi sono ancora abituato al suo fascino. Ci tornerò, come sempre, per fumare una sigaretta da solo o per bere una birra in compagnia. O per portarci una ragazza, non lo so. Quel che è certo è che, ogni volta, sarà come la prima. Questo è il bello di San Maurizio, che poi è il bello di Pinerolo.